Dic 2, 2008

Canto di Natale

La storia di un bambino che interagisce con gli altri allungando pandoro.

A Natale ci sono spot sul Natale. Io ne temo uno in particolare. Quello che ha messo a dura prova il nostro equilibrio psicofisico per tre lunghissimi anni di fila, tramutandosi per giunta, quest’anno, in una versione peggiorata e rafforzata. Per chi ne avesse sottovalutato il potere distruttivo, sto parlando dello spot Bauli, votato fino alla morte a suscitare commozione, con il malaugurato ausilio di un bambino irritante e di una canzoncina che non lascia spazio alla sanità mentale.

Tale bambino (notare come si provi disperatamente a intenerire col biondo: missione fallita), si premurano di farci notare, vive in una casa opulenta e calda, circondato dall’affetto della mamma, ex modella di Postalmarket e dalla nonna che gli rifila fette su fette di pandoro. Giustamente il ragazzino non ne può più, così partorisce l’idea geniale di liberarsene mentre va a spasso sotto la neve; la parte geniale sta nel fatto che sceglierà un sottofondo musicale in cui una vocetta lagnosa dice che « È Natale, si può dare di più», facendo pertanto credere che la distribuzione di briciole di pandoro sorga dai dettami di un piccolo grande cuore magnanimo. Così, l’angelo del dolce porta una fetta inzuccherata a una bambina nel passeggino, con grande gioia della madre (alimentazione infantile, questa sconosciuta), a un mimo, a due che litigavano per i fatti loro e lui doveva per forza mettercisi in mezzo con questo cavolo di pandoro, a un passerotto che starà benissimo dopo tutto quel glutine.

E che furbizia, quando, tornando a casa, il bambino finge di essere triste perché è finito il pan dolce con cui può immedesimarsi in un apostolo, come simula sommo gaudio nella scoperta che c’è un’altra scatola tutta da distribuire. E chissà quante volte avranno provato in audio la frase «Bauli, buono come te» («Ok, era buona; ora provala più sofferente, più appassionata!»), per arrivare a questo pathos da robottino arrugginito che guarda insistente e con malcelata insofferenza il regista – o le vie di fuga, chi può dirlo.

Quest’anno, sinceramente, temevo segretamente il suo ritorno, ma Bauli ha voluto rincarare la dose di saccarina, portando all’ennesima potenza tutto ciò ch e era detestabile nel primo spot: la recita scolastica di Natale.

Un concentrato di perfidia. Fattore bimbo moltiplicato per trenta, genitori e nonni a bloccare le uscite senza vie di scampo, addirittura la stecca inudibile iniziale da tremore da palcoscenico, la versione Benetton del coro dell’Antoniano, con costumi e scenari da far vergognare la Scala, tutti vestiti da Re e Regine, corone e diademi all’insegna della povertà della natività, tutti che si tengono per mano. E pandoro, pandoro dappertutto. Ditemi se non è perfidia questa.

Cos’hanno ancora in comune questi due sterili spot per il grande pubblico? Il falsissimo (quanto amatissimo) concetto che: «A Natale si può fare, si può dare» e non inteso come «quello che fai a Las Vegas, resta a Las Vegas», no, perché qui si parla di generosità, amore e amicizia, almeno così la mettono loro. Universalmente, con la frase «A Natale si è tutti più buoni», ci si bea di quei frammenti di generosità dovuta e si torna a casa col cuore in pace; tutto il resto dell’anno non conta.

Quello che vi invito a fare io, dall’alto del mio assoluto nulla, è di non fare proprio niente, questo Natale. Niente elargizioni, niente pandoro distribuito per strada. Per quello ci sono tutti gli altri. Vi invito a subentrare tutto il resto dell’anno, quando l’ipocrita benpensante Natale odierno se ne sarà andato, lasciando tutti quelli che ne hanno bisogno a bocca asciutta. Così si scopre che il Natale è uguale a tutti gli altri giorni per una grande quantità di persone.

E, a pensarci bene, sorge improvvisamente il senso della canzone che infesta gli spot: «E’ Natale, si può fare di più per noi». Ah, ecco. Era solo per noi.