L’altro giorno ho visto un film terrificante, A Working Man. Il protagonista era Jason Statham, quindi è colpa mia che ho ignorato i segnali.
Il copione sembrava dattiloscritto da uno scimpanzè, e non perché gli scimpanzè siano poco intelligenti, anzi, è che hanno una società belligerante in cui l’aggressività è la via maestra con cui i maschi realizzano i propri traguardi, e in questo film è uguale, ci sono i cattivi che si distinguono dal buono (Jason Statham) per il motivo per cui agiscono, ma la violenza e le reazioni sono le stesse.
La trama si spiega nei primi tre minuti: un’associazione a delinquere rapisce ragazze innocenti a scopo di sfruttamento della prostituzione, tra cui la figlia di una famiglia di costruttori. Cosa fai quando ti rapiscono la figlia? Vai dal tuo operaio edile e gli dici: «Pensaci tu per favore».
L’operaio accetta per due ragioni: la prima è che lavora a cottimo, la seconda è che ha una figlia anche lui. Grazie alla paternità, infatti, Statham può capire che effettivamente quella che sta succedendo alla figlia dei suoi titolari è una cosa un po’ brutta.
Vabbè, c’è anche una terza ragione, ed è che è un uomo instabile che ha bisogno di una buona scusa per menare.
Molto stranamente, la sua bambina è stata affidata al suocero e non a lui.
Succedono diverse cose scontatissime, finché, a un’ora e mezza circa dall’inizio della tortura dello spettatore, Statham porta un Cattivo nei pressi di uno stagno. Lì, tra scrocchi di rametti e versi di animali che appartengono più alla giungla amazzonica che a un bosco dell’Illinois, si svolge la conversazione più stupida possibile:
«Chi decide?»
Sottinteso: chi decide quali ragazze rapire?
Cattivo gli legge la sua bio di LinkedIn:
«Vipera (sic) va nei locali e fotografa le ragazze carucce, io mando le foto ai clienti e loro scelgono, si organizza un incontro. È la mia specialità, proprio.»
Jason Statham manifesta orrore, ma ha bisogno di un escamotage per esprimersi, per farsi capire dagli uomini che stanno guardando il film. Ci pensa un secondo e dice:
«Come se comprassero un set di gomme da neve!»
Eeeeh! Uguale, proprio. Perché perdersi dietro a parametri inutili come misura e spessore, quando puoi scegliere lo pneumatico che in foto ti pare più conturbante? Ho bisogno di essere lì quando lo spiegherai al gommista. Dopo questa bella riflessione, Jason Statham guarda con schifo Cattivo e si fa ispettore ONU:
«Stiamo parlando di esseri umani!»
Cattivo non recepisce, è sconsolatissimo per il fatto di dover spiegare ovvietà, sibila una frase russa e poi risponde:
«Ma che gliene frega ai soldi da dove vengono, se non lo faccio io lo farà qualcun altro! Comunque non ho proprio capito perché ci stai dando la caccia, non è che me lo spieghi per cortesia?»
Dimostrando l’acume di un mattone, Cattivo non ha trovato il nesso tra il suo lavoro nelle risorse umane e il fatto che l’altro cerchi di ammazzarlo.
È adesso che Jason Statham elabora la sua intuizione fulminante:
«Hai una figlia?»
«No»
risponde Cattivo.
«E allora non puoi capire.
Cioè, è chiaro come il sole che Cattivo sia il “socio” nella parola “sociopatia”, non ha compreso una singola domanda a tema emotivo, ma Jason Statham ha concluso che il problema è l’assenza di una figlia. Così (spoiler alert) gli dimostra la superiorità tipica del padre spingendolo a calci nell’acquitrino e lo finisce con due colpi di pistola.
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Contro ogni previsione, questa scena scritta da scimpanzé mi ha fatto riflettere. Se la si guarda così fa molto ridere – anche molto piangere se si è stati un’ora e mezza a guardare ‘sta buffonata – ma non è innocua: è colpevole di esaltare un’idea di uomo iperaggressivo che riesce a provare empatia verso un essere umano di genere femminile perché ne ha uno a casa. Sembra la risposta cinematografica alla domanda: «Che faresti se accadesse a tua madre/sorella/figlia/fidanzata?», solo che quella domanda è pericolosa, perché non si concentra sull’empatia che si può provare per una vittima, ma sulla reazione di rabbia che si scatena quando si tocca una proprietà. E so per certo che gli uomini di valore non se lo meritano, e quelli manchevoli hanno bisogno d’altro.
Ma mi ha fatto pensare anche a tutte le volte che ho sentito dire: «Non hai figli, non puoi capire», che è una frase bruttissima e insensibile per cui è facile rimaner male, ma grazie al nostro Jason Statham, qui, mi sono resa conto che ci sono persone che prima dei figli non sapevano cosa fossero l’empatia e la solidarietà, e le hanno sperimentate solo diventando genitori, così pensano che sia così per tutti. E questo è un problema loro.
Mi restano due impressioni di conforto. La prima è che è bello rendersi conto di provare sentimenti a prescindere dal campionario domestico.
La seconda, e la più importante, è che non credo si farà un sequel di A working Man, perché lui aveva un’auto grossa come un cacciacarri e se davvero sceglie le gomme da neve in base all’attrazione fisica, il tempo di una gelata e sbatterà contro una quercia. E, siccome non ho figli, non mi dispiacerà per niente.
Per l’immagine (che ho trovato online e ho modificato con il mio talento per le cose brutte) tutti i diritti riservati Amazon MGM Studios, sbirluccichi esclusi.