L’ultimo spot della Coca-Cola è uno scorcio da melodramma che di peggio non si può, l’ennesimo sfacciato rovescio di buonismo con colonna sonora caricata a pianoforte, della stessa risma di quelle che mettono a Studio Aperto, quando parlano di un cane che ha camminato da un isolato all’altro con una spina nella zampa, mentre Silvia Vada, ripiena di botox, cammina all’indietro indicando e urlando il percorso dello sfortunato quadrupede.
Qui si dà fiato alle trombe dell’abbindolamento dei mediocri, di quelli che diranno: ma quanto è brava questa Coca-Cola, che ci insegna le cose semplici e genuine, che presenta la bimbetta timida che scuote la manina per salutare e ci introduce nel suo tradizionale mondo di disegni che si fingono fatti a casaccio, mentre invece il disegnatore s’è visto scartare bozze su bozze perché non erano abbastanza tremolanti e cucciolose.
La piccola fiammiferaia zen si chiama Giulia, vive a Pisa e, sorvolando a pelo il senso di noia che attanaglia già le meningi di noi nolenti spettatori, ha pure l’accento pisano tenero e il fermaglietto pupazzesco.
Quanto vogliamo dare a questo disegnetto che si fa quando si parla al telefono con la suocera, dieci, dodici anni al massimo? No, perché o è un’adulta con un guasto serio all’ipotalamo o qui abbiamo una marmocchia saccente e gonadoclasta che, invece di pensare a ciò che potrebbe interessare una bambina della sua età, esordisce, con la voce lamentosa di chi ha i dati alla mano, venendosene fuori che «ultimamente tutti parlano di crisi».
Frasetta, questa, nata col disperato intento di apparire semplice, ma chiaramente ordita per simulare il linguaggio infantile, un fallimento insomma, per quanto è artificiosa ed estranea al target.
Di seguito, una ghiotta varietà di cretinate fotoniche:
Lei è ottimista, beata creatura. Le volevamo far dire a un cassaintegrato, a una signora che lava i pianerottoli per quattro euro l’ora, queste frasi da Bacio Perugina? Non ha senso farle dire a una pupetta, come è ridicolo che faccia scale di valori à la Slow Food, dicendo che a lei bastano le cose semplici – psicologicamente inconciliabile con la sua età.
Preferisce la bici alla supermacchina. Ma quale macchina, quella della Peg-Perego? Il Suv-trousse di Barbie? Che genuina scelta consapevole in materia di autoveicoli può fare una bambina di undici anni dati sulla fiducia? E complimenti a lei, che non sa abbozzare uno stupido sole ma disegna auto come Giugiaro (e cinque stelle Quattroruote per il tema sicurezza, visto che tra gli accessori inutili s’annovera l’airbag).
La piccola santa preferisce andare in vacanza dalla nonna piuttosto che in un resort. Cosa, vuoi, una medaglia? Saresti un piccolo avvoltoio straccia-carogne se preferissi quel carcere depresso alla compagnia di un familiare amato, è inutile che cerchi di far venire il magone disegnando l’altalena a copertone rosso che ondeggia nel vento della cascina isolata nella prateria.
Oh, preferisce la pizza al sushi. In che cosa dovresti essere superiore? Perché questa esterofobia tipica italiana per cui quello che non viene dai libri di storia culinari dello Stivale deve essere per forza disprezzato con fare snob? Il patriottismo alimentare si accantona solo d’innanzi alla Coca-Cola. Quella va bene.
Stessa storia per il panino al salame e il caviale, che insieme al sushi può piacere o meno, non è quello il punto: si presuppone una scelta di vita, magari anche qualche rinuncia, basata sulla semplicità e la tradizione per battere la crisi, ma essendo che alla sua età Giulia non sgancia neanche i soldi per il Topolino, non capisco a che pro farle dire che opera scelte migliori. Ah, ma com’è educativo e commovente, sì sì.
E si eriga un monumento a questa creatura del cielo, che alle cene di gala con più coltelli che in un’armeria preferisce starsene a casa. Eh, pensa tuo padre, che ci mette il grano.
Questo trionfo del nulla viene corollato da un bel bottiglione da due litri di Coca-Cola ad ogni pasto.

Opera digitale originale inguardabile in stile giulio-pisano
Non stride un po’? Giulia non dovrebbe dire con la sua vocetta odiosa: «preferisco l’acqua di rubinetto della fontana presa col secchio di legno, alla Coca-Cola»?
No, lei, che è già vecchia dentro, mentre sta chiusa in casa a giocare a carte parlando dei tempi in cui non c’era ancora la ferrovia (ma toglietele il Sole 24 Ore e datele un pallone, per l’amor di Dio, datele un calcio nel sedere e mandatela all’aperto a giocare come i bambini), si beve il prodotto ipercalorico di una multinazionale snobbando l’acqua e ci viene a parlare di come si mangia e come si vive.
Il pessimista è uno che ha conosciuto bene un ottimista.
Mi appassionano i manifesti pubblicitari del passato. Sono lo specchio delle società e delle culture. Una volta ho avuto l’opportunità di prendere visione di un manifesto degli anni ’30 del Novecento, periodo di grandi ristrettezze, in cui le risorse alimentari erano scarsissime, al punto che si fece mettere in giro la voce che la carne rendesse sterili, pur di non dire che semplicemente non ce n’era.
Il manifesto, su fondo color pesca, raffigurava una suora con una tazza fumante tra le mani e recava scritto che nutrirsi di brodo era più salutare. La verità è che, da mangiare, non c’era molto altro che brodo concentrato.
Io non penso che oggi la nostra società si trovi in condizioni di disperazione analoghe.
Ma qualcun altro evidentemente sì.