Mar 20, 2008

Diciamo pure bravissima

L’inarrivabile storia della misteriosa Giovanna, di cui si sa solo che è molto brava.

Cultori di piccoli splendori, benvenuti; questo post è per voi e per i pochi che ancora non hanno avuto l’immenso piacere di godere della purezza di regia, della profondità dei personaggi di Fernovus Saratoga, spot ingiustamente sfornito di Oscar e di Nobel per la pace.

Vi prego di ammirare la scelta della musica; Ennio Morricone scompare di fronte a quest’opera sobria ed elegante, che ricorda molto quei film carichi di buoni sentimenti che sbocciavano sotto la generale ed evocativa dicitura “Penthouse”.

La location è chiaramente la villa di Lele Mora e a ben vedere anche gli ospiti sono piuttosto simili ai suoi. La scena è criptica e affascinante, sofisticata e simbolica: una signora elegantemente vestita e una cameriera specializzata in addii al celibato spennellano un gazebo, o almeno questa è la conclusione a rigor di logica, perché se dovessimo fidarci dei nostri occhi, le due solerti restauratrici stanno ripassando di verde una gigantesca gabbia per esseri umani. Ma questa è la scelta del regista, il senso di straniamento, il contrasto tra la prigione che si intravede e l’aria di libertà su tutti i fronti delle signorine.
Rania di Giordania e la sorella di Jenna Jameson si divertono tantissimo insieme, spennellano su e giù ridacchiando, senza alcun dubbio per il grande sollievo di non dover carteggiare o stendere l’antiruggine. Mentre tuffano il pennello nel colore la voce fuori campo ci sussurra che «non cola»: il combinato di queste suggestioni, l’una visiva l’altra di varia natura che non sto a specificare ma basta un po’ di fantasia da bar, è uno dei momenti più squisiti dello spot, la massima tensione che si avverte e che avrà già fatto capire che la vernice forse non è l’argomento principale.

Arriva l’uomo della situazione, quello che nella realtà sarebbe stato col tutone bianco e il cappellino fatto col giornale a scartavetrare quella gabbia per scimmie, ma che qui si presenta rilassato e incuriosito, indossando la versione blu della vestaglia che Rocco Siffredi indossa quando parla di snack. Momento di riflessione del protagonista, rivelato dal gesto chiave della mano che si tocca il mento: «Cosa state facendo?» sottinteso: «mentre io sono due ore che vi aspetto di là come un cretino»; la donna che per scelte di regia assolutamente rivoluzionarie riveste il ruolo di moglie porcona, lo guarda come dire «povero sciocco rospo, se tu non avessi betoniere di soldi sarei già altrove con uno stripper di nome Santiago» ma la sua soave voce, allenata con anni e anni di 144 e 166, produce queste sagge parole «Sto verniciando: e Giovanna mi aiuta». Giovanna, nel frattempo, risplende come icona mistica nel suo sorriso innocente, una bambina che aiuta la mamma nelle faccende ed è tutta inorgoglita per la menzione.

Ma forse (è un colossal assai impegnativo, le interpretazioni sono molteplici) la frase della vernice e di Giovanna che aiuta ha un grado eccessivo di difficoltà per il protagonista, che ha bisogno di qualche secondo per pensare. Poi capisce quella che abbiamo già intuito essere la chiave di volta del film: in fondo in fondo, non si sta parlando di vernice.

Dimenticatevi scemenze da romanzetto Harmony come «Francamente me ne infischio» di Via col Vento, la nuova frase cult per le future generazioni è l’espressione di gioia fraterna tra creature che si vogliono bene, lo spontaneo «Brava Giovanna… Brava!» davanti al quale la destinataria si morde le dita lusingata (devo dire che il regista poteva essere più fine ancora: che so, panna spray). Lo sguardo complice e amorevole della padrona di casa rinforza la comunione nell’elegante trio, mentre l’ultimo colpo di pennello si occupa della serratura, la metafora delle metafore.

E resta la sensazione di inferiorità in noi poveri mortali, che ignoriamo i meccanismi della settima arte tanto da chiederci sempre, eternamente «Ma brava di che?»

Qui sta l’essenza dell’alta regia, la vittoria della lettura in termini di straniamento e domande esistenziali, lo spiazzamento dello spettatore talmente riuscito che, mentre noi ci chiediamo cose ovvie, della vernice non è fregato niente a nessuno.