Da più parti mi è stato proposto di occuparmi di questa calzedoniaggine.
E devo dire che non vedevo l’ora.
Oh, voi menti di pubblicitari, libere di vagare e prolificare senza un braccialetto elettronico che vi dia la scossa se uscite dal seminato del buongusto!
Voi, dicevo, siete un fallimento totale.
Il nuovo parto di queste pericolose entità è una rivisitazione del già abbastanza malconcio inno di Mameli; e sì, perché ci sono quelli che dicono che è antico e arretrato (in effetti è verissimo), quelli che, per togliersi il pensiero, non lo sanno direttamente e ci sono i calciatori della Nazionale, che cantano fuori tempo o boccheggiano a pesce per l’assoluto disinteresse riguardo al copricapo di un certo Scippo (che senso ha, giustamente: per lo scippo si usa il casco, mica l’elmo.)
Si parla di calze e, come tutti sanno, le donne hanno due tipi di rapporto con le calze: o le fanno, mentre gli uomini vanno a caccia di mammuth – o le indossano. Perciò, il bengala all’interno delle creative menti ha mutato il titolo (tralasciamo il fatto che in realtà sia “Il Canto degli Italiani”, per somma misericordia) da “Fratelli d’Italia” a “Sorelle d’Italia”. Geniacci.
C’è quella che si sveglia struscicando sul letto i piedi dalle unghie smaltate di grigio Padania e si mette i calzettoni di lana della Befana, sempre del colore più allegro a disposizione.
L’azione di questa ragazza è aprire una finestra e sorridere, perché – attenzione, potreste non cogliere appieno la squisitissima finezza – lei è Italia.. E «s’è desta».
Immagino che, a rimanere fedeli al testo, Italia farà una telefonata quanto prima.
Ma proseguiamo, è troppo divertente – «dell’ Aaelmo di Scipio [un po’ di dizione no eh] s’è cinta la testa»! E che facciamo, la mettiamo a fare l’ingegnere capo di un progetto importantissimo? Col cavolo: casco, leggings vergognosi e via, Babi sulla motorella di Step.
Che tragedia. Il fatto che «L’Aquila d’Austria le penne ha perdute» non vuol dire che si debba incollarle alle donne italiane per trasformarle in galline di mocciana fattura.
Poi, in un tripudio di collant, c’è la bambina Vittoria che «porge la chioma». Questa è esilarante: nell’inno, la vittoria porge la chioma a Roma per farsela tagliare, poiché tale è l’umiliazione per gli schiavi, perciò questo momento coiffeur sul patio è una boiata stratosferica.
Difatti si incartano paurosamente, non sanno più come continuare: «“che schiava di Roma Iddio la creò”.. Che c’entra, che è, chevvoddì?! Mettiamoci una neonata gioconda davanti al panorama romano, anche perché le baby prostitute [le schiave vere di oggi: articolo 600bis del codice penale, beceri] di sicuro c’hanno le calze smagliate, non va bene.»
In un momento di smarrimento totale, si sono tutti arresi e s’è incollata una pietosa fine:
«A Italia, Vittoria, Laura [spero che non abbiano fatto un parallelismo con il Lauro. Lo spero per loro], Francesca e a tutte le altre».
Eh beh, no, indignazione: non ce la si sbriga così, mancano elementi fondamentali.
Perché nessuno abbraccia Coorte?
Se siamo pronti alla Morte, perché non avete dato un paio di calzettoni o di autoreggenti anche a lei? E, visto che s’è fatta ora di offrire da bere, arriva ‘sto “sangue polacco (cit.)” o no?
Di tutto ciò, resta soltanto la faccia tosta delle battute finali e la consueta consapevolezza che, se Calzedonia e gli altri continueranno con spot così penosi, il futuro è tutt’altro che rosa.