Apr 23, 2012

Andrew, how… Parte II

Seconda parte di tre sul comportamento di un campione olimpico nutrito a merendine con cuore cremoso.

Benvenuti alla seconda parte del documento scientificamente irrilevante sul comportamento sconclusionato di Andrew Howe quando si relaziona alle merendine.
Se vi siete persi la prima parte (sciagurati) la trovate qui.
La buona notizia è che la piccola persecutrice a molla scompare, non sappiamo se perché affidata ad un centro di recupero e smaltimento o perché ha trovato una preda più recettiva.
La cattiva notizia è che anche i nuovi spot sono intollerabili. Ma, come dico sempre in questi casi, più lavoro per me.

Cercheremo inoltre di trovare una risposta ponderata alla domanda: sarà stato mica lui?
Lo so che detta così non si capisce niente, ma dovrebbe diventare tutto più chiaro al termine di questa ricerca. O forse no, ho dormito tre ore la notte scorsa.

Il nuovo scorcio della quotidianità inconsapevole di Andrew ci scaraventa (tenetevi forte perché c’è fantasia in gemme) nientemeno che in latteria. Siamo chiaramente nel mondo dei sogni, giacché il nostro eroe cammina nel centro storico di Celestopoli, il sole splende, per la strada si aggira controvento addirittura l’uomo dei palloncini.
Ora, noi vorremmo prolungare questo momento StreetView e cercare il Bianconiglio per dirgli che è arrivata l’ora legale e quindi è ancora più tardi, ma siamo ormai moralmente obbligati a seguire Howe per accertarci che non gli succeda niente di male nel tragitto tra casa sua e quella della nonna.

Dev’essere una vita intricata e dolorosa come un cespuglio di rovi, quella del buon Andrew, che trotta bel bello fino alla latteria senza che un solo pensiero scalfisca quella mente sgombera. Il solo contatto visivo con la scritta “ALIMENTARI LATTERIA”, tuttavia, è ampiamente sufficiente a creare un breve scompiglio interiore: «Mi è venuta un po’ di fame».
Il turbamento, per fortuna, dura il tempo di un’auto-assoluzione, in quanto Andrew consulta l’orologino digitale e si dà una pacca sulla spalla con paterna comprensione: e ti credo che c’hai fame gioia mia, sei tutto il giorno che te ne vai ronzando come un’apina in primavera.

E’ dunque il momento del teletrasporto, perché vi ricordo che siamo in un mondo magico: noi non sbattiamo neanche le palpebre o la testa sul tavolo che lui è già dentro, come un ninja delle Olimpiadi. E che cosa vorrà acquistare,  in un alimentari latteria? Quelle ciambellazze fuori misura, un filoncino di grano tenero?
No. Il Kinder Bueno.
Non so voi, ma io un po’ di pietà in fondo al cuore comincio a sentirla.
Andrew si posiziona discreto dietro alla signorina che lo precede, con un rispetto della distanza di cortesia tale che potrebbe leggerle le istruzioni di lavaggio nel colletto del trench. La sfortunata non si accorge di niente: uno pensa di essere al sicuro, in un alimentari latteria. E invece no. Non ha il tempo di puntare il dito verso il Kinder Bueno, che succede una cosa che ha dell’assurdo. Sto squilibrato le afferra il polso e lo devia verso quelle schiacciatine lì. Come se quest’atto di cafonaggine non fosse sufficiente, quell’ignorante della lattaia, invece di lanciargli una manciata di grissini appuntiti negli occhi, gli dà man forte: “sono croccantissime!”. No, ma voi riuscite a vedere quanta criminalità surreale aleggi in questo esercizio? Secondo me non emette neanche gli scontrini.
Ad ogni modo, un comportamento del genere sembra infastidire solo me, in quanto, senza nemmeno voltarsi a vedere chi va in giro afferrandole i polsi, quella che si è appena rilevata la più squagliata del trio continua imperterrita a indicare col dito il Kinder Bueno ed esclama: «veramente io volevo qualcosa di più sfizioso..», facendo intendere che piuttosto che prendere le schiacciatine di quella latteria leccherebbe un paracarro in tempo di carnevale.
«E alloraaa i dolci alla crema» insiste quindi Andrew, con l’approccio riguardoso del toro da monta e dimostrando di non conoscere la parola krapfen «sono deliziosi».
«Buoni, ma sono un po’ troppo..» è la solita risposta, sempre così ricca di significato e soprattutto simpaticissima, frizzante, inedita, una boccata di aria fresca.
La lattaia, dal canto suo, guarda Howe con l’aria ma che vvvole questa?, aggiungendo quel tocco di psicopatia dei bei borghi di una volta.
Lui ricambia lo sguardo; non è abituato ad essere contraddetto quando torce gli arti alle sconosciute, emerge inequivocabilmente dall’intelligente curiosità che gli attraversa gli occhi.
L’altra, ormai persa, filosofeggia con mano aristotelica «volevo qualcosa giusto per arrivare a pranzo». Perché se no che succede, muori? Kinder Bueno: il tassello mancante tra il pranzo e il perimento per inedia.
Questo momento di squisita intellettualità è l’occasione perfetta per il galantuomo Andrew, che le frega la merendina da sotto il naso.

Dopo un gagliardo intermezzo costituito dal solito girotondo delle nocciole e dalla Forza che assembla il Kinder Bueno nell’universo dell’oltrebianco, assistiamo infine alla fiera delle menti lobotomizzate, con Howe che sfotte la signorina dandole dell’indecisa e le elemosina metà snack e lei che ridacchia, felice di prendersi le sue briciole e le sue prese in giro; il tutto ulteriormente appesantito dalla silhouette sfocata dell’inquietante lattaia, che sorride come se avesse appaiato due angeli. Veramente, la pericolosità di certi esseri umani.

La complicità ambigua di Howe e dell’esercente malvagia, con nostra sorpresa, non si limita all’allegra bottega, ma continua nell’appartamento del nostro atleta.

Come possiamo ammirare, Andrew è alle prese con l’installazione di alcune mensole su una parete di casa sua (una nuova casa, mi par di capire.. ma sì, perché no, finora di logico non c’è stato niente) ed è in evidente difficoltà: non ci vuole una livella per capire che sta facendo il secondo buco dieci centimetri più in basso. ..No, ma davvero, tu mettili così i tasselli e richiamaci quando ci appoggi i libri e la boccia col pesce rosso.
Tutto questo bricolage avanzato porta Howe ad esprimere il suo pensiero più frequente: gli è venuta un po’ di fame. Tempismo malandrino, suona il campanello e si palesa quella brutta lattaia senza creanza che abbiamo conosciuto poc’anzi.
C’è dell’emozione: «Ciao, Andrew!» esclama lei tutta illuminata.
«Lucia!» risponde lui, che come al solito non ha idea del mondo che gli gira intorno.
«Ho chiuso il negozio prima e ti ho portato un po’ di spesa!»

Chiedo scusa. Decentramento urbano in crescita, crisi finanziaria, tempi da lupi che neanche in Dickens e tu chiudi il negozio a caso, così puoi portare i dolciumi al principino? Ma ci rendiamo conto?
Ovviamente lui non si sogna neanche di ringraziare. Ci ritroviamo invece a dover ascoltare la seguente frase: «tu sì che mi conosci!».
Che può voler dire:
tu sì che mi conosci! Non so nemmeno contare gli spiccioli, figuriamoci farmi la spesa.
tu sì che mi conosci! Mi chiudo spesso dentro casa e non so come uscirne.
tu sì che mi conosci! Il che è una fortuna, ho perso i documenti e non mi ricordo come mi chiamo.

ed altre innumerabili affermazioni intrinseche, ugualmente valide, anche contemporaneamente.
La signora, che aveva un bisogno tanto impellente di andare da lui che non s’è nemmeno tolta il grembiule, gli porge tre etti abbondanti di biscottoni al burro.
Andrew li guarda, vi prego fateci caso, con una repulsione di rara autenticità (comincio a credere che in quella latteria faccia tutto schifo), ma nel contempo li arraffa e se li imbosca al sicuro in dispensa con la rapidità di un bravo scoiattolo.
La lattaia non si lascia demoralizzare, anzi, continua con le regalie, offrendo un bombolone che lui non guarda nemmeno; senza esagerare, non ci posa gli occhi per un secondo che sia uno. Ma nessuna paura, lei ha portato una confezione di Kinder Bueno che basta per tutto l’inverno.

E qui succede qualcosa.
Lui vabbè, lo sappiamo, sgiuggiola senza ritegno «i miei Kinder Bueno!».
Ma lei, lei è interessante. Lo guarda, si veste di un’espressione tutta speciale e lo mette al suo posto, precisando: «I nostri».
Lui ride di quella risata nervosa tipica dello scagnozzo quando il capo gli racconta una barzelletta che non gli fa ridere manco per niente, conscio di questo rapporto torbido con quella che lo droga di snack, che gli ha ricordato come lui non sia niente senza di lei, e che quello che gli viene dato, allo stesso modo può essergli tolto.
La riprova della supremazia della lattaia in questa coppia malata è data dal fatto che non si dividono un Kinder Bueno, lei ne ha uno tutto per sé, è una novità rispetto agli spot precedenti.
Il lato da brivido, se lo preferite, sta nel braccio stretto sulla spalla di lui, a rivelare una disagevole intimità, e l’unisona, disturbante estasi stendhaliana nell’assaporare il ripieno di nocciole – questa è uscita molto più equivoca di quanto volessi, giuro.

Alla luce di questi fatti, capiamo che il mondo di Andrew Howe, sotto sotto, non è un idillio come appare a prima vista, bensì un incubo, e questo ci aiuta a trovare la risposta della gran domanda di oggi, cioè che sì, con ogni probabilità l’uomo coi palloncini era It.