A volte penso che il mio compito non sia poi così difficile, in fondo gli spot se le vanno a cercare quanto a squallore, son bravi tutti a sparare sulla Croce Rossa. Quindi, per il puro gusto per la sfida, ho deciso quest’oggi di trattare di uno spot universalmente molto amato, vale a dire lo spot Chanel di Baz Luhrmann, interpretato da Nicole Kidman e Rodrigo Santoro; quest’ultimo lo cito per pena, perché tutti dicono «lo spot con Nicole Kidman» come se lui avesse solo portato i tramezzini. Probabilmente è stato anche pagato in tramezzini, poiché del suo compenso non è importato niente a nessuno. Dell’ipoespressiva Nicole, invece, si sa che è entrata nel Guinness dei primati in quanto è stata la prima (e credo finora l’unica) ad aver arraffato tre milioni di euro per uno spot, anzi, per lo spot che è costato in tutto qualcosa come otto milioni di euro (tramezzini inclusi).
Bello è bello, non c’è che dire. Luhrmann ha riciclato qualche elemento di Moulin Rouge, ma senza farlo pesare eccessivamente, le musiche sono indovinate e coinvolgenti; l’idea è quella dell’attrice strapagata che dà di matto e scappa per un po’, incontrando un ragazzo qualunque (chissà con che percentuali si fanno incontri del tutto casuali con un modello italo-brasiliano) che ovviamente non ha idea di chi lei sia, essendo un intellettuale che si estranea dall’universo. Lei che, vestita col 55% degli struzzi del territorio argentino, rifugge i flash come se fosse inseguita dai Vietcong, finisce nel suo stesso taxi e all’insegna della semplicità decidono che il posto migliore per fare quello che devono fare è senz’altro un’enorme scritta luminosa di Chanel. Seguono considerazioni sulla pace virgiliana e sollazzi vari; lui, che è intellettuale, mica stupido, le chiede di andare via insieme.
Nella versione estesa, che non sono sicuro sia stata trasmessa in Italia, un foglio dello script di Moulin Rouge finisce per sbaglio in quello dello spot, per cui, grazie presumibilmente a una cimice nel suo fermaglio, l’attrice viene scovata nella sua tana da quello che, per amore della finezza, chiameremo “il suo agente”, che le ricorda con solerzia gli impegni previsti per il giorno successivo, ma d’altronde, siccome she doesn’t care about tomorrow, non sembra che il problema sia di facile soluzione.
E invece tutti stabiliscono che la cosa migliore è che lei torni a guadagnare miliardi mollando il giovane, che getterà gli occhiali da vista e continuerà a rimirarla, sempre abbarbicato come un gargoyle alla torre griffata più alta della città.
Tomorrow è arrivato, Nicole sale le scale coperte dal tappeto rosso verso un importantissimo evento, ma ad un tratto si ricorda di aver spezzato il cuore di qualcuno e si volta, senza dispensarci dallo sguardo “ho visto un fantasma” che tanto ci piaceva in The Others, ma che adesso basta, eh?
Per mettere una definitiva distanza tra l’attrice e il garzone, la telecamera ci offre la vista di un gioiello da rapper, creato apposta per l’occasione da Lagerfield con tutti i diamanti della Sierra Leone.
Spot complessivamente di grande effetto, dicevamo, ma sfracellato in maniera indegna, nella versione italiana, dal doppiaggio e dai tagli con le forbicette per le unghie.
Lui d’improvviso perde tutta la freschezza dei suoi trent’anni con una voce analoga a quella del re Mufasa, una coltre di polvere lo inabissa. Lei è il ritratto della nevrotica scoppiata con quel «vadaaaaa» o «adoro ballareee», un delirio, fermatela. Lui continua a dire qualcosa con lo charme del nonno della Valle degli Orti, lei taglia corto con un decontestualizzatissimo «è il nostro sogno», il suo bacio il suo sorriso il suo profumo. Fine.
Otto milioni di euro nel Minipimer.