Vi ricordate lo spot più odiato dal Moige?
Non ne ho mai parlato finora e a torto, perché l’ho sempre trovato magnifico, una giostrina trash inspiegabilmente ben congeniata, uno spot che finge di essere patinato per un risultato finale che, nonostante i contenuti sotto il livello del mare, risulta di gran lunga meno volgare di quello che ci si poteva aspettare.
Ma il nostro è un Paese che vive la censura in modo assai singolare, per cui gli amplessi dei reality sono discussi (e ammirati, s’intende) amabilmente da tutti, perfino in qualche telegiornale (a volerlo chiamare così), mentre si ritiene pericoloso, per lo sviluppo psicofisico dei minori, uno spot di cui un bambino molto piccolo non capisce i doppi sensi, dato che di patatine con la sorpresa ne ha viste anche lui, a rigore; inoltre, difficilmente quando leggerà: “Rocco Siffredi – Attore” saprà già a che film ci si stia riferendo; uno un po’ più grandicello invece lo sa perfettamente, perché una cultura in merito se l’è fatta già da solo.
Quindi, mi chiedo, qual è il vero problema, che mentre tutto il parentado è riunito per il pranzo di Natale il bambino indichi il televisore gridando: «Guarda nonna, papà ha tutti i film di questo signore nel cassetto delle mutande!»?
Così si usa il metodo classico: si mette tutto a tacere, togliendo la parola al viscido protagonista; mossa bacchettona, questa, ma profondamente ingenua e controproducente, perché in tal modo i contenuti restano tutti e la combinazione tra musica, brevità dello spot e assenza di parlato cattura inevitabilmente l’attenzione.
Nessuna sorpresa. La censura non proviene mai da fonti intelligenti. Ed è con la censura, che si diventa ciechi.