Apr 6, 2010

April

Cosa si fa quando si scopre che il proprio animale domestico ha poco da vivere?

Il mio gatto si chiama April.
L’ho chiamata così perché, come diceva il buon Thomas Stearns Eliot ne La Terra Desolata, “Aprile è il più crudele dei mesi”.

Chiariamoci, è stata accolta per pietà nei confronti del povero micetto orfanello sottopeso che era, non certo per la sua bellezza o per il suo buon carattere. Difatti, qualche ciotola di riso con carne e molti chili più tardi, April (o Scimmia o Andreotti o Cretina o Pancetta, a seconda del suo e del nostro umore), s’è subito contraddistinta per il suo aspetto accigliato e lugubre, per la sua scarsa attitudine all’affetto, la propensione a morsi e graffi indistintamente, nonché per l’assurda disposizione dei colori del suo pelo.

Al punto che il migliore amico di mio padre, vedendola per la prima volta, ha esclamato seriamente: «April? Te me par più novembre!».

E non sapete quanto avesse ragione.

Scimmia è con noi da tredici anni. Tredici anni di saccheggi, di furti di olive e parmigiano, di agguati con unghie accuratamente affilate con l’aiuto del mobilio, di piante curate con tanto amore e morte d’improvviso perché no, a noi gatti di strada la lettiera fa troppo schiavi del sistema.

Tutti questi anni con lei hanno seppellito la frase che ogni tanto ancora mi sento dire: i gatti sono indipendenti e si affezionano alla casa anziché al padrone.
Chi dice così non ha avuto a che fare con April, che segue come un’ombra ognuno di noi e che fa la guardia quando non ci siamo tentando di uccidere gli intrusi (nessuno vuole più venire a occuparsi di lei se la lasciamo sola per un paio di giorni).
La sua missione è stare in braccio e in compagnia, piange se è lasciata oltre la porta ma se la si apre non entra, rimane sulla soglia e fa le fusa, socchiudendo i suoi occhiacci gialli.

April che ha la testa piccola e il corpo grande, con la pancia cadente a spolverare il parquet e che dice «mamma» e «no».
April che mangia l’erba mentre i passerotti si fanno il bagno nella sua ciotola dell’acqua.

Quasi tre settimane fa, April ha cominciato a camminare sconnessamente, a rotolare dalle scale, a mettere le zampe nel cibo senza nemmeno accorgersene. Stava con lo sguardo perso nel vuoto, miagolava in un modo che distruggeva il cuore e cadeva all’improvviso ogni volta che s’alzava.

Ho lasciato tutto e l’ho portata dal veterinario.

Le cliniche veterinarie stanno alla cura dell’animale come Facebook sta all’amicizia.

Ho chiesto aiuto alla reception e una dottoressa sprezzante inondata di gioielli Tiffany mi ha detto di starmene buona ad aspettare il mio turno. Chissà perché quando uno chiede qualcosa in un posto coi turni, gli dicono solo che deve aspettare il turno.

Nell’ora che ho aspettato è entrata una ragazza bionda, con i capelli corti, insieme al suo fidanzato. Aveva in braccio un bellissimo gatto rosso, avvolto in una copertina azzurra con il suo sguardo vacuo: presentava gli stessi identici sintomi di April. Ho pensato che avevo messo April nel trasportino per abitudine, ma avrei potuto avvolgerla in una coperta anch’io, per quanto era inerte.
La ragazza piangeva e un po’ anche io.

Il (bravissimo) veterinario che mi è capitato quel giorno m’ha subito detto di prepararmi al peggio e ha dato inizio a quella che sarebbe stata una settimana intera su e giù in clinica, dimenticando tutto il resto.

Ma è il giorno seguente alla prima visita che mi è rimasto impresso. Dalla porta di servizio sono usciti la ragazza con i capelli corti e il suo fidanzato. Lei piangeva tanto senza emettere un suono. Stringeva la copertina azzurra e il bellissimo gatto non c’era più.
Molto Spielberg e dannatamente deprimente.

In quel momento ho pensato che non importava se il mio gatto era brutto e odioso, se grattava le scarpe di pelle e rubava le cosce di pollo dal piatto soffiando e graffiando. La cosa importante era che la sera, quando rincasavo, mi veniva incontro con la coda tesa tesa e mi chiamava «mamma» (ho detto che sa dirlo, non che lo usi con cognizione di causa).
Ciò era tutto quello che mi bastava per volere bene a Pancetta.

Ed io, che ero pronta al peggio, ho ricevuto la notizia che April è affetta da una forma neurologica di toxoplasmosi, quasi certamente curabile. Due iniezioni al giorno per un sacco di tempo e via.
Non è tornata (forse non ancora, chi può dirlo) esattamente come prima, sapete, è un po’ più docile e si sta prendendo carezze da tutti.
Ma ha squarciato la mano del veterinario e questo fa ben sperare.

Al mio gatto rimangono cinque vite al massimo ancora e ho l’impressione che, a differenza degli altri suoi colleghi, Cretina senza di me non si arrangerebbe affatto.

O perlomeno, questo è ciò che dico a me stesso per dissimulare il fatto che, se un giorno uscissi dalla porta di servizio senza di lei, non so proprio come io mi arrangerei.