Ci sono alcune cose, alcune abitudini, più che altro, che sono radicate nei nostri gesti a tal punto da accomunarsi al respiro o al risveglio; sciocchezze, per lo più, che diventano tremendamente importanti quando le si distingue all’improvviso dall’amalgama varia di una giornata inseguita da un’altra.
Le mie abitudini preferite sono quelle che si sono instaurate grazie ad April.
Quando si vuole aprire una scatoletta di tonno, c’è la sicurezza matematica e confortevole del suo arrivo adorabile e lagnoso, della coda dritta e lo sguardo “credimi, se non mi dai quel tonno adesso, io morirò di crepacuore”.
E’ una cosa bella, credetemi, anche quando si ha tanta fame e le si dà proprio una briciola di quel tonno, perché lei è tanto contenta lo stesso.
Quando mi siedo a tavola, non mi appoggio mai allo schienale della sedia, perché è praticamente certo che April sia già saltata dietro di me, silenziosa e con un brillante piano in testa, aspettando il momento giusto per dimostrare affetto o mangiare direttamente dal mio piatto, tralasciando il fatto che ciò sia proibito dalla notte dei tempi. Non so come, davvero, ma alla fine ce la fa.
Ma anche questa è una bella abitudine, perché quando si siede su una sedia con le zampe anteriori sul tavolo, credendosi un commensale, noi ridiamo ogni volta, prima di riprenderla e non è sempre facile, ridere insieme sinceramente ogni sera.
April non è proprio un capitano coraggioso.
Abbiamo un piccolo tavolo rotondo, all’ingresso: quello è il suo rifugio contro nemici terribili come l’aspirapolvere o la siringa per l’antibiotico.
Lì è dove la troverete senza difficoltà, perché è anche pessima a nascondersi, per cui dimentica fuori dal riparo del tavolo un pezzo di coda – o metà del corpo, il più delle volte.
Sul serio, è una bella abitudine anche questa, perché il telo che fruscia e si muove “misteriosamente” è segno della sua presenza.
Si dice che la speranza sia l’ultima a morire.
Io non sono d’accordo.
Il 22 agosto, quando April se n’è andata, maledicendo a zampe tese me e la veterinaria che le faceva la peggiore delle iniezioni, paralizzata ma con l’occhio torvo e una punta di coda ribelle, la speranza s’è andata con lei, in un lampo.
Così ho capito che, quando anche la speranza sparisce definitivamente, rimangono le abitudini.
Ora, io comincio ad aprire scatolette di tonno senza aspettarmi nessuno e qualche volta mi appoggio allo schienale della sedia, se mi ricordo delle circostanze.
Anche le abitudini moriranno, lentamente sfumando in altre quotidianità.
Ma ho deciso di tenerne in vita una, finché mi riesce.
Non solleverò più il telo del tavolo all’ingresso.
E, quando il vento muove i drappi, la mia abitudine mi riporta April così com’è,
scontrosa,
vigliacca
e imprescindibile.