Lug 19, 2020

“A Borsellino ammazzaru!”

Cosa stavate facendo il 19 luglio 1992?

Cosa stavate facendo il 19 luglio 1992?

Io ero a casa dei miei zii, in campagna, come ogni domenica. Era un pomeriggio di sole pieno, di cicale – la verità è che potrei stare ore a raccontarvi la bellezza infinita della Sicilia ma di quel giorno no. Di quel giorno non ricordo le lunghe lucertole nascondersi nei vasi di coccio delle agavi, le arance in divenire sugli alberi, il rumore delle piccole pere verdi che si staccavano ogni tanto dai rami. Il ricordo di quel giorno comincia con mio zio, che entra da una porta correndo, l’unica volta al mondo che l’ho visto correre. E tre parole.

“A Borsellino ammazzaru!”

Edizione Straordinaria

Poi ricordo il televisore acceso di fretta, e tutti noi immobili davanti all’edizione straordinaria del Tg1, a guardare le nuove immagini della nostra guerra: primi filmati dopo la certezza della strage di via D’Amelio, ché al tempo c’era bisogno di conferme e dispacci.

Ricordo giornalisti sotto shock, la vista di auto orrendamente sventrate e carbonizzate, pezzi di gamba nel fango creato dall’acqua usata per spegnere le fiamme. Finestre e balconi divelti. Gente per strada, un ossimoro di colore, confusa, senza pace, che si teneva per mano.

Gardaland

Borsellino. Conoscevo quel nome, anche se ero molto piccola. Perché era legato a Giovanni Falcone, il mio eroe contro la mafia. Era morto poco tempo prima, il 23 maggio. Io quel giorno ero a Gardaland, una piccola gita di famiglia prima che mio padre partisse per il suo periodo negli Stati Uniti. Tornando, verso sera, avevamo acceso la radio e tanto era bastato ad aggiungere alla bella giornata trascorsa mille chili di tritolo, una strada spazzata via, il mio supereroe civile ucciso insieme ad altre persone a cui non avevo mai pensato, prima di quel momento. La moglie, accanto a lui, e la scorta, accanto a lui. In due modi diversi, che ho capito subito di rispettare allo stesso modo. Proprio quel giorno ho incontrato anche il nome di Paolo Borsellino, perché aveva detto ai giornalisti: “è morto tra le mie braccia”.

Peggio

Immaginate che il vostro grande amico venga massacrato e vi muoia tra le mani, immaginate di sapere che i prossimi siete voi. E che lo Stato, che servite fino all’abnegazione, non vi sostenga.
No, peggio, che vi abbandoni.
No, peggio. Che vi abbandoni sapendo che succederà anche a voi.
No, peggio. Peggio.

Questo mi ricordo di Paolo Borsellino, questo mi spezza il cuore. La solitudine immensa nell’inevitabile. Gli occhi rassegnati. La conferma nell’inferno di Via Mariano d’Amelio, nella Palermo da dove viene metà del mio sangue e dove è stato disperso tutto il suo.

La certezza

Penso spesso alla gita a Gardaland, a quella giornata irrimediabilmente fusa con un guard rail rosso.

Penso spesso a quell’annuncio tragico a interrompere un gioco, “A Borsellino ammazzaru!”.

Penso spesso a una volta che io e una cuginetta avevamo speso la notte in piedi aspettando l’alba, parlando di mafia. Avevamo dieci o undici anni, ricordo le sue parole “la mafia è paura”. Cosa Nostra in un’alba, nei discorsi di due bambine. Ricordo di averlo raccontato ai miei, sollevata che vivessi al Nord, dove la mafia non c’era. Ah, quante cose mi hanno insegnato quel giorno. La prima fu che uno degli ultimi punti discussi da Borsellino nelle interviste fu il legame stretto e pericoloso tra Cosa Nostra e il Nord Italia, specialmente in Lombardia.

Grazie a persone come Borsellino, Falcone, Dalla Chiesa, Impastato (e così tanti altri da chiedersi perché tutto questo non faccia parte in modo molto serio dei programmi scolastici, magari tagliando un po’ Martin Lutero o quel cavolo di Mesopotamia) oggi sappiamo che la mafia è ovunque. Sono sacrifici totali, che ci hanno dato il rarissimo regalo della consapevolezza.
Il minimo che possiamo fare è restituire memoria.

Io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri insieme a me, e so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che – o financo, vorrei dire, dalla certezza – che tutto questo può costarci caro.